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| 20/10/2009 | Dal movimento |
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Finalmente Approvata la delibera per l'utilizzo della pillola RU486 negli ospedali italiani
Via libera alla pillola abortiva nel nostro Paese. L'Agenzia del farmaco italiana ha infatti approvato la delibera per l'utilizzo della RU486 negli ospedali italiani. Entro un mese il documento verrà pubblicato in Gazzetta Ufficiale e diventerà così esecutivo. A Stato e Regioni sono state demandate le disposizioni per il l’utilizzo clinico del farmaco all’interno del servizio ospedaliero pubblico. L’efficacia e la sicurezza del farmaco non sono, infatti, messi in dubbio all’interno della comunità scientifica come hanno dimostrato alcuni decenni di utilizzo nel panorama internazionale e le diverse esperienze pionieristiche dell’utilizzo di questa nuova metodica avviate nel nostro paese. Ora, l’Italia si allinea finalmente, con la normativa comunitaria, il percorso seguito è stato assolutamente rispettoso dell’iter procedurale previsto dall’Emea (l’Ente regolatorio europeo) per il mutuo riconoscimento di un farmaco, verificandone efficacia, sicurezza e compatibilità con le leggi nazionali nel rispetto e a tutela della salute della donna. Ciò che in tutta Europa era considerato scientificamente sicuro lo è anche in Italia. Nessuna indagine parlamentare, nessuna decisione politica presa a maggioranza prende il posto delle autorità scientifiche non solo dell’Aifa, ma della stessa Oms. Scienza e politica ritornano al loro giusto posto. Ma l’attacco politico non si tacita. Continua a riproporsi. Oggi, con il pretesto di regolamentare l’uso della Ru486 in modo che essa non entri in contrasto con la 194, si preconizza uno stravolgimento della stessa legge. Infatti, secondo la sottosegretaria Roccella solo con l’obbligo del ricovero in ospedale non ci sarebbe incompatibilità tra l’uso della RU486 e la legge 194. Tuttavia, se si legge attentamente la 194 si vede che in nessuna sua parte è previsto l’obbligo di ricovero o degenza per la donna che decida di interrompere la gravidanza entro il quarantanovesimo giorno. La legge prevede, infatti, solo l’obbligo che l’intervento, quindi la somministrazione del farmaco, avvenga in strutture ospedaliere. La legge è, dunque, più saggia e flessibile, il ricovero è una misura facoltativa a maggiore tutela della salute della donna. Da tempo ormai i detrattori della legge 194, sconfitti dal referendum, seguono la linea di immettere sabbia negli ingranaggi della applicazione della legge invocando la lettera burocratica e farragginosa delle procedure, bloccando ideologicamente l’introduzione delle innovazioni scientifiche e tecnologiche come la RU486, usando l’obiezione di coscienza. L’obiettivo è una lettura restrittiva della legge che stringa le maglie del controllo sulla donna vuoi perché vittima da non lasciare sola, vuoi per stigmatizzare il suo “egoismo” favorito dall’ ”aborto a domicilio”. Insomma, si vuole stravolgere la mediazione costruita nella legge tra il riconoscimento della titolarità di decisione delle donne e controllo statale (l’aborto continua ad essere reato se fatto fuori dalle strutture pubbliche). Ciò che rimane nel mirino degli antiabortisti politici in connubio con le gerarchie vaticane è il riconoscimento dell’autonomia di scelta delle donne su come vivere la sessualità, il rapporto con l’uomo, se diventare madri. Ciò che fa problema sono l’indipendenza e la padronanza di sé di cui, tra contraddizioni, ci parla la vita reale di tante “donne non a disposizione” del “Capo” e di “capetti”.
Marisa Nicchi
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